Arrigo Sacchi: il settore giovanile

Ho appena terminato di leggere il libro di Arrigo Sacchi “Calcio Totale“. Il libro racconta la storia di un mister partito dal basso, senza aver giocato ad alti livelli. La sua filosia di gioco, la sua determinazione di cambiare il calcio parte da Rimini, per proseguire al Parma e dopo al Grande Milan degli anni 90. Il libro racconta la sua tensione, il suo mal di pancia, che in un certo modo è il mal di pancia di tutti i mister, dalla serie A alla terza categoria. Mi sono rivisto in lui in parecchi discorsi, ma la cosa che mi ha colpito di più è la sua MALATTIA PER IL CALCIO. Ha cambiato il calcio insomma, inutile nasconderlo. Gli aneddoti sono molto belli, soprattutti gli incontri con le nuove società. Insomma un personaggio.

sacchi

L’articolo scritto oggi riguarda il settore giovanile, e qui mi permetto di copiare una piccola parte del libro di Sacchi:

La prima preoccupazione, nel mio nuovo ruolo di direttore tecnico del Parma, fu quella di riordinare il settore giovanile. Questo lavoro, tra problemi e difficoltà, più in ombra, oscuro, dietro le quinte, che di rado finiva sui giornali, per me fu meno appassionante. Agli inizi del 2000 il Parma aveva circa 300 centri sparsi per l’Italia. Un numero enorme, da grande club. Chiesi subito quanti genitori avesse sfornato il vivaio negli anni e quanti adesso militassero in serie A.

Nessuno” mi risposero. “Come nessuno? in dodici anni nessun giocatore?”

Ho sempre avuto un approccio pragmatico nella vita. Chamai Tanzi e gli chiesi per quale motivo tenessero in piedi un settore giovanile così esteso che non dava frutti. “Lo fate per la pubblicità dei vostri prodotti? Per un fine sociale per un fatto sportivo?” Tutto era lecito, bastava saperlo.

«Sportivo» mi rispose Tanzi,

«E non funziona? Possibile che da un vivaio così organiz­zato non sia uscito un giocatore di talento in dodici anni?»

«Parma è una città benestante» fu il commento di Tan­zi, «nel calcio si fa troppa fatica, i ragazzi non vogliono impegnarsi.»

«No» risposi, «qui mancano i maestri, è questo il pro­blema.»

Il vivaio è una delle risorse più importanti di un club per rinnovare la rosa dei giocatori, puntare sui giovani, farli cre­scere, e poi venderli.

«Dismettiamo tutto e riorganizziamo» conclusi. «È l’uni­ca cosa da fare.»

Così prendemmo un segretario, Gabriele Zamagna, e chiamai una mia vecchia conoscenza, un giocatore che avevo incontrato quando allenavo al Cesena, Davide Bal­lardini, che nel frattempo aveva smesso di giocare e ave­va iniziato un’ottima carriera da allenatore passando dalle giovanili del Bologna, del Cesena, del Ravenna e del Mi­lan. Lo portai con me al Parma per gestire tutto il settore del dub, dai più piccoli fino alla Primavera Ballardini ha un’ottima didattica, e grazie a lui insegnammo alle giovanili il calcio totale. Da questo lavoro di semina abbiamo raccol­to ottimi frutti. Dalle giovanili del Parma sono usciti gioca­tori del calibro di Arturo Lupoli, poi passato nel 2004 nelle giovanili dell’Arsenal, con una lunga carriera tra Derby County, Fiorentina, Treviso, Honvéd, Varese, Ascoli, Gros­seto. Oggi .è al Frosinone.

Daniele Dessena, per tre anni colonna dell’Under-21, è nato a Parma, ha giocato in prima squadra e poi nel Ca­gliari e nella Sampdoria.

Luca Cigarini si è formato anche lui nelle giovanili del Parma e poi è andato all’Atalanta, al Napoli, al Siviglia e ha vinto il bronzo in Svezia agli europei Under-21.

Giuseppe Rossi ce lo soffiò per poche centinaia di migliaia di euro il Manchester United, dove giocò fino al 2006 vincen­do anche una Coppa di Lega inglese; poi passò al Newca­stle, al Parma, al Villareal ed alla Fiorentina, militando an­che lui nel frattempo nelle varie Nazionali, dall’Under-16 fino all’Under-21 e nella maggiore.

In pochi anni avevamo raccolto molto più di quello che avevano seminato nei dodici precedenti, a dimostrazione, ancora una volta, che il nostro calcio ha bisogno di vivai or­ganizzati con cura, di maestri, di allenatori che conoscano la didattica di un gioco mirato al calcio totale, quello che ormai si pratica in tutto il mondo. E il fatto che molti ra­gazzi usciti dal nostro vivaio abbiano giocato all’estero in squadre prestigiose dimostra che avevamo ragione sull’im­portanza del settore giovanile. Wenger, grande allenatore dell’Arsenal, sostiene che il calcio totale ormai non è più un’esigenza ma una necessità.

Da questo breve capitolo di Sacchi volevo fare la mia analisi sul Settore Giovanile Italiano (soprattutto dilettantistico). Credo che ci siano dei bravissimi mister che si applicano molto nel far crescere i giocatori. Si informano su internet, vanno a vedere altri allenamenti, ecc. Tuttavia noto molte difficoltà nel lavorare con i giovani. La colpa più grande secondo me è delle società che la prima cosa che chiedono ai mister sono i risultati.

Sono d’accordo: L’uomo è nato per competere e vincere. La piccola differenza è come si vince. I mister hanno paura oggi, hanno paura di allenare. Perchè anche nei pulcini, esordienti, c’è bisogno del risultato, non come conseguenza del lavoro, ma solo come obiettivo. Che tristezza.

Vedo pochissime società con PROGETTI TECNICI chiari. Tutto è basato sul risultato da ottenere a tutti i costi. Dobbiamo smetterla con questa malattia del vincere senza crescere, vincere cercando di fregare l’avversario, vincere e basta. Le società devono avere maggior fiducia nei mister che scelgono, dar tempo a loro di lavorare ed esprimere il credo calcistico. Non giudicare solo sul risultato, ma soprattutto sulla crescita del singolo. E soprattutto nell’educazione. Dobbiamo prima educare il bambino e poi insegnare a giocare a calcio. Se vogliamo veramente diventare GRANDI dobbiamo fare le cose più semplici ed insegnare aanche il rispetto.

Stefano

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